Negli ultimi anni le chat di WhatsApp sono entrate sempre più spesso nelle aule di tribunale, diventando un mezzo probatorio utilizzato dagli avvocati per dimostrare fatti, rapporti o accordi tra le parti. La domanda che molti si pongono è: ma davvero un messaggio WhatsApp ha valore legale in un processo?
Nella mia esperienza professionale mi è capitato più volte, al fine di tutelare i diritti del cliente, di dover produrre in giudizio conversazioni WhatsApp. Non è raro, infatti, che una parte riconosca espressamente, tramite messaggio, l’esistenza di un debito o l’obbligo di restituire una determinata somma di denaro, salvo poi rendersi irreperibile alle chiamate o sottrarsi a ogni ulteriore contatto.
In tali circostanze, la chat diventa uno strumento probatorio di particolare rilevanza, soprattutto laddove non vi siano ulteriori elementi documentali a sostegno delle ragioni della parte che agisce. L’uso ormai universale di WhatsApp nella vita quotidiana fa sì che anche le comunicazioni di natura giuridicamente rilevante transitino per tale applicazione: dichiarazioni, riconoscimenti, promesse o persino ammissioni che, pur nella loro forma informale, possono avere un peso determinante in sede processuale.
È evidente, quindi, come la corretta acquisizione e produzione di tali messaggi – attraverso l’esportazione ufficiale della chat e non mediante semplici screenshot – possa rappresentare un valore aggiunto in giudizio, colmando il vuoto probatorio e consentendo al giudice di disporre di un documento idoneo a fondare la decisione.
WhatsApp come documento informatico
Dal punto di vista giuridico, una chat rientra nella categoria dei documenti informatici (art. 20 e ss. del D.lgs. 82/2005 – Codice dell’Amministrazione Digitale).
La giurisprudenza ha chiarito che i messaggi inviati tramite applicazioni di messaggistica istantanea - quale Whatsapp - costituiscono documenti informatici privi di firma elettronica qualificata.
Questo significa che non hanno lo stesso valore di un documento sottoscritto digitalmente con firma elettronica avanzata o qualificata, ma possono comunque essere utilizzati in giudizio come prove atipiche, valutabili dal giudice ai sensi dell’art. 2712 c.c..
Come si usano in giudizio
Per poter produrre in giudizio una chat WhatsApp, non è sufficiente ricorrere a semplici screenshot: è necessario esportarla dal telefono e convertirla in un formato idoneo al deposito, come un file .txt o un .pdf generato direttamente dall’app. A tal fine, WhatsApp mette a disposizione una funzione dedicata: basta accedere alle impostazioni, selezionare la voce “Chat” e successivamente “Esporta chat”.
Tale estrazione costituisce una riproduzione fedele del contenuto della conversazione e potrà, pertanto, essere accettata dal giudice.
La parte contro cui è prodotta può sempre disconoscere la chat (cioè contestarne l’autenticità o la corrispondenza alla realtà). In questo caso sarà necessario confermarne la genuinità con altri mezzi, ad esempio:
- deposizione del dispositivo per un accertamento tecnico;
- perizia informatica forense;
- testimoni che abbiano letto i messaggi.
La Corte di Cassazione ha più volte riconosciuto l’utilizzabilità delle chat WhatsApp come prova. Tra le pronunce più rilevanti occorre menzionare la Cass. pen., sez. VI, n. 49016/2017, che ha equiparato i messaggi WhatsApp a documenti informatici, rilevanti come prove documentali; Cass. civ., sez. lav., n. 11606/2018, che ha ammesso l’utilizzo di messaggi WhatsApp come prova dell’esistenza di un rapporto di lavoro.

Oggi più che mai è fondamentale fare attenzione a quello che scriviamo su WhatsApp. Un messaggio inviato di fretta, magari in un momento di rabbia o di tensione, può sembrare poca cosa al momento, ma se un domani finisse in tribunale potrebbe assumere un peso del tutto diverso.
Non bisogna dimenticare, infatti, che anche le chat possono essere valutate da un giudice e trasformarsi in prove vere e proprie. In pratica, quello che pensiamo sia una semplice conversazione privata può diventare un documento capace di incidere sugli esiti di una causa.
Ecco perché conviene sempre riflettere due volte prima di premere “invio”: le parole restano, e nel digitale ancora di più.







